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Discopatia o protrusione discale C6 C7: cause, sintomi, tipologie, diagnosi, rimedi ed esercizi

La discopatia o protrusione discale C6 C7, indica una condizione clinica che interessa la zona cervicale e in particolare le vertebre C6 C7, la sesta e la settima vertebra del rachide cervicale. Proprio come avviene per la protrusione discale C5 C6 o discopatia C4 C5, questo disturbo interessa primariamente il disco intervertebrale, ovvero il “cuscinetto” che funge da ammortizzatore naturale tra una vertebra e l’altra.

Così come per le discopatie o per le protrusioni discali in altre zone del corpo, come quella lombare e quella toracica o dorsale, è bene tenere a mente come tali disturbi siano estremamente comuni e che nella maggior parte dei casi si tratta di condizioni benigne e non pericolose.

Un ulteriore elemento conoscitivo importante è quello per cui discopatia e protrusione a tutti gli effetti siano sinonimi intercambiabili. Questi termini indicano, come detto, una condizione di degenerazione a carico del disco intervertebrale che, talvolta, possono essere “viste” alle indagini strumentali (come risonanza o TAC) come delle “protuberanze” intorno al disco stesso o come delle alterazioni della vera e propria struttura discale.

A questo proposito, non possiamo non citare l’ernia del disco cervicale, ovvero la condizione clinica per cui il disco intervertebrale si rompe (stiamo parlando di lesioni microscopiche) e per cui il materiale gelatinoso contenuto al suo interno (nucleo polposo) fuoriesce dalla propria sede, irritando potenzialmente le radici nervose cervicali dando cervicobrachialgia e sintomi come formicolio, bruciore, sensazione di scossa elettrica e intorpidimento. Contrariamente a quanto avviene nell’ernia cervicale, il dolore al braccio percepito in caso di sola discopatia senza ernia del disco è più comune sia di tipo muscolare (come il dolore riferito da trigger point o da tensione muscolare cervicale a carico dei muscoli trapezi). Infine, nel caso di più discopatie o protrusioni discali cervicali presenti, è molto comune leggere nel proprio referto specialistico la diagnosi di discopatie cervicali multiple.

Lo scopo di questo articolo è quello di discutere le cause della discopatia C6 C7, i suoi sintomi e approfondire quali sono i rimedi più efficaci per controllare o eliminare il dolore al collo, con o senza irradiazioni al braccio (cervicobrachialgia) e alla testa (cefalea).

 

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Cause della discopatia o protrusione discale C6 C7

Le cause di discopatia o protrusione discale C6 C7 sono comuni a tutte le condizioni cliniche a carico del disco intervertebrale:

  • Sollecitazioni continue;
  • Stress fisico;
  • Lavoro pesante;
  • Lavoro sedentario;
  • Assenza di attività fisica;
  • Obesità.

Come già discusso nell’articolo dedicato alla protrusione discale o discopatia C5 C6, la zona cervicale è soggetta a un minor stress fisico rispetto alla zona lombare, proprio per via della sua posizione più “alta”. Ciò nonostante tutte le discopatie cervicali, come quelle nelle altre zone anatomiche del corpo e non solo della colonna cervicale stessa, nella maggior parte dei casi devono essere considerate come parte del fisiologico avanzamento dell’età. Non è un caso, infatti, che una percentuale estremamente elevate di persone abbia discopatie o protrusioni nella propria colonna vertebrale C5 C6 o C6 C7 senza alcun tipo di dolore o altri sintomi. La vera sfida in ambito medico sarà quella di comprendere quando davvero la discopatia è causa di dolore e quando, invece, è solo un normale rinvenimento alla TAC o alla risonanza magnetica.

 

Tipologie di discopatia o protrusione discale C6 C7

Le tipologie di discopatia o protrusione discale C6 C7 variano a seconda del grado del disturbo e, soprattutto, della sua localizzazione. In base a quest’ultima le tipologie sono:

  • Protrusione discale mediana C5 C6 o C6 C7 – quando il bulging o “rigonfiamento” del disco intervertebrale riguarda la zona centrale del disco stesso e la “protuberanza” è rivolta verso il centro del canale midollare della colonna cervicale;
  • Protrusione discale paramediana C5 C6 o C6 C7 – quando gli elementi descritti nel punto precedente si discostano leggermente dalla zona centrale;
  • Protrusione discale foraminale C5 C6 o C6 C7 – quando la zona anatomica interessata è quella del forame di conoigazione: il “foro” attraverso il quale decorrono le radici nervose cervicali.

 

Sintomi della discopatia o protrusione discale C6 C7

Entrando nello specifico dei sintomi della discopatia C6 C7, è bene tenere a mente come non è detto sia la discopatia in sé a generare dolore. Inoltre, anche in caso di irritazione e infiammazione cervicale a causa di una protrusione discale C6 C7, la buona notizia è che è possibile eliminare il dolore senza modificare la struttura del disco intervertebrale e che la discopatia non rappresenta in alcun modo un’indicazione per sottoporsi a intervento chirurgico.

Ad ogni modo, i sintomi più comuni della discopatia C6 C7 sono:

  • Dolore a livello dei muscoli trapezi superiori, medi e inferiori;
  • Rigidità mattutina a livello del collo;
  • Rigidità a livello dei muscoli trapezi o nella zona delle spalle;
  • Dolore a livello delle braccia, in particolar modo a livello della spalla e del muscolo bicipite;
  • Dolore a livello della base della testa che, pur trovandosi all’altezza di altre vertebre cervicali (C1-C2 e C2-C3), potrebbe essere la zona di forte tensione muscolare in risposta al dolore cervicale;
  • Possibile dolore alla testa (cefalea cervicogenica – o mal di testa da cervicale);
  • Possibili vertigini cervicali (vertigini cervicogeniche).

 

Discopatia degenerativa o protrusione discale C6 C7

La discopatia degenerativa C6 C7 altro non è che un ulteriore sinonimo per indicare la diagnosi di discopatia stessa o protrusione discale cervicale a quello livello anatomico. Il termine degenerazione indica un’alterazione della struttura a carico del disco intervertebrale che è possibile vedere nelle immagini di una risonanza magnetica o di una TAC. Tra tutte le problematiche a carico della vera e propria struttura anatomica del disco intervertebrale, le più comuni sono sicuramente quelle della riduzione dell’ammontare di liquido all’interno del nucleo polposo (visibile come disco più scuro e con meno quantità di “bianco” alla risonanza magnetica) o del vero e proprio bulging discale – ovvero la protuberanza della struttura del disco verso l’esterno.

 

Diagnosi di discopatia o protrusione discale C6 C7

La diagnosi di discopatia o protrusione discale C6 C7 avviene tramite risonanza magnetica cervicale o TAC cervicale. Queste ultime sono le uniche metodiche in grado di studiare nel dettaglio lo stato di salute dei tessuti molli, tra cui il disco intervertebrale. La radiografia, invece, è in grado di studiare nel dettaglio solamente il tessuto osseo e non è raccomandata per i pazienti che soffrono di dolore cervicale che non hanno subito traumi. L’RX, infatti, è più utilizzata per la diagnosi di patologie maligne a carico delle vertebre o per l’individuazione di fratture vertebrali.

 

Cosa fare in caso di discopatia o o protrusione discale C6 C7: rimedi ed esercizi

In caso di dolore cervicale, in presenza o assenza di discopatia C6 C7, è quella di rivolgersi a un fisioterapista specializzato in ambito muscoloscheletrico.

Sulla base della prima visita (leggi l'articolo dedicato per scoprire come avviene la visita con il fisioterapista specializzato in queste tipologie di disturbi), il fisioterapista sarà in grado di capire le cause alla base della problematica e impostare il trattamento più appropriato. La terapia, in questo caso, sarà composta da terapia manuale (mobilizzazioni articolari cervicali, trattamento muscolare e dei tessuti molli) ed esercizio terapeutico, ovvero l'insieme di movimenti finalizzati a migliorare la mobilità del collo e ridurre il dolore percepito.

Alcuni esercizi possono essere eseguiti anche autonomamente dal paziente comodamente a casa in attesa della propria prima visita con il fisioterapista che, sulla base della propria valutazione, intraprenderà insieme alla persona il percorso riabilitativo più appropriato. Esistono, infatti, esercizi generali che possono essere eseguiti da chiunque soffra di dolore cervicale in virtù della loro capacitò di indurre rilassamento muscolare - per trarre già da subito sollievo dal dolore al collo. Tuttavia, ogni percorso riabilitativo dovrà essere personalizzato sulla base dello stato di salute generali, del livello di attività fisica del paziente, del livello di dolore e della capacità di movimento del collo. Non esiste un trattamento fisioterapico uguale per ciascun paziente con dolore cervicale.

 

 

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Fascite plantare: sintomi, cura, rimedi ed esercizi

 

Cos'è la fascite plantare

La fascite plantare, conosciuta anche con il nome di fasciopatia plantare, è un'infiammazione della fascia plantare, tessuto fibroso che si trova sotto la pianta del piede, al di sotto della cute, e che nasce dal calcagno e si ancora alla base della parte anteriore del piede. La funzione della fascia plantare, è quella di trasmettere le forza dalla parte posteriore del piede a quella anteriore e di fungere da ammortizzatore del nostro peso corporeo. Nel caso di patologie infiammazioni della fascia plantare, ci troveremo di fronte al comune quadro di fascite plantare.

 

Fascite plantare: sintomi 

sintomi della fascite plantare sono:

  • dolore sotto al calcagno;
  • dolore sotto al calcagno che si espande fino alla base dei metatarsi, la parte iniziale delle dita sulla pianta del piede;
  • rigidità mattutina (dolore alla base del piede ai primi passi);
  • dolore che peggiora all'inizio delle attività (primi passi la mattina, primi passi di una attività come la camminata o lo sport) e che si riduce nel corso delle attività per poi peggiorare, nuovamente, al termine delle attività stesse.

Solitamente i sintomi di fascite plantare si riducono in posizione seduta o distesa, ovvero nei momenti in cui non sollecitiamo la pianta del piede, mentre peggiorano in caso di attività come il cammino, lo sport o, in particolare, i primi passi al mattino.

 

Diagnosi di fascite plantare

La diagnosi di fascite plantare è solitamente clinica, ovvero ottenuta attraverso il colloquio e la visita del paziente. In particolare, i test e le manovre specifiche per la diagnosi di fascite plantare consistono in:

  • palpazione di zone specifiche del calcagno che, in caso di fascite plantare, evocheranno il dolore del paziente che potrà essere localizzato nella zona di pressione o irradiato anche alla parte laterale del piede o lungo tutta la pianta fino alle dita;
  • windlass test: una manovra specifica per la fascite plantare che consiste in movimenti dell'alluce sia con il paziente seduto che con il paziente in piedi.

In caso di dubbi, sintomatologia persistente o sintomi riconducibili ad altre patologie, possono essere prescritte radiografie (RX), risonanza magnetica ecografia per approfondire il quadro clinico del paziente che potrebbe non avere una fascite plantare.

 

Fascite plantare cronica

Per fascite plantare cronica si intendono tutte le fasciti plantari che durano da tempo e che tendono ad avere recidive, ovvero ricadute con aumento del dolore e della rigidità nel corso del tempo. Solitamente, le cause della fascite plantare cronica sono riconducibili ad attività quotidiane o sportive importanti che eccedono la capacità del piede, del tallone e della fascia plantare di sopportare il peso del corpo e le attività stesse. In questi casi specifici, è indispensabile rivolgersi quanto prima al proprio fisioterapista per comprendere quale possa essere il percorso di cure più appropriato per ridurre il dolore e gli altri sintomi di fascite plantare con l'obiettivo di ridurre il tasso di ricadute ed evitare che la patologia cronica si perpetui nel tempo.

 

Fascite plantare rimedi, cura ed esercizi

Le cure e i rimedi proposti in ambito sanitario per la fascite plantare, purtroppo, sono tanti e nella maggior parte poco efficaci.

Solitamente la cura più efficace per la fascite plantare è composta da una combinazione di esercizi specifici di rinforzo (soprattutto) e allungamento della fascia plantare in diverse posizioni (in piedi, seduto o in posizione supina - distesa) prescritti da un fisioterapista specializzato in ambito muscoloscheletrico e, nei casi più complessi, di farmaci prescritti  dal medico di medicina generale o dallo specialista. Tuttavia, è bene sapere che i farmaci non sono la prima linea di intervento per questa patologia e che, invece, gli esercizi specifici per la fascia plantare sono i più efficaci per ridurre il dolore, la rigidità e per consentire al paziente di ritornare alle proprie attività lavorative, ludiche o sportive senza sintomi.

 

Esercizi per la fascite plantare

Gli esercizi più efficaci per la fascite plantare sono tutti gli esercizi che prevedono il sollevamento del tallone in una posizione in cui l'alluce è sollevato rispetto alla linea del pavimento. Il sollevamento dell'alluce negli esercizi per la fascite plantare consente di essere più specifici ed efficaci sulle zone del corpo di interesse senza disperdere l'effetto dell'esercizio su altre regioni del piede.

 

Esercizio 1. Mantenimento della posizione.

 

  1. Posiziona un asciugamano arrotolato sotto le dita dei piedi;
  2. Mantieni l'equilibrio utilizzando le braccia in appoggio al muro o a un supporto (tavolo, sedia);
  3. Esegui un sollevamento sulla punta del piede e mantieni la posizione 10 secondi;
  4. Ripeti l'esercizio tutti i giorni per 3-4 serie (il dolore non deve peggiorare la mattina dopo - nel caso succeda, riduci le serie o il tempo di mantenimento sulla punta del piede).

 

Esercizio 2. Sollevamento sulla punta del piede in visione laterale (primo video) e in visione posteriore (secondo video).

 

  1. Posiziona un asciugamano arrotolato sotto le dita dei piedi;
  2. Mantieni l'equilibrio utilizzando le braccia in appoggio al muro o a un supporto (tavolo, sedia);
  3. Esegui 6-8 sollevamenti sulla punta del piede;
  4. Ripeti l'esercizio tutti i giorni per 2-3 serie (il dolore non deve peggiorare la mattina dopo - nel caso succeda, riduci le serie o il tempo di mantenimento sulla punta del piede).

 

 

 

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Fisioterapia a Rimini: come funziona e come rivolgersi al professionista

 

Rivolgersi al fisioterapista a Rimini: come funziona?

Rivolgersi al fisioterapista è molto semplice, ma è bene sapere che vi sono diversi ambiti nei quali il fisioterapista potrebbe svolgere la propria professione.

La prima distinzione è la libera professione (solitamente in uno studio professionale di fisioterapia) o l'attività da dipendente per pubbliche amministrazioni (come l'ospedale) o per altri entri privati o privati-convenzionati.

Una prima grande differenza, anche nella zona di Rimini e provincia, così come nelle altre zone geografiche, è l'attesa. Infatti, solitamente, i tempi d'attesa per ricevere cure o trattamenti fisioterapici da professionisti qualificati che lavorano in pubbliche amministrazioni o enti privati-convenzionati sono più lungi rispetto alle cure ricevute dai professionisti che svolgono la libera professione in ambito privato.

La seconda differenza è la diagnosi medica. In linea di massima, infatti, i pazienti si sottopongono a trattamenti fisioterapici presso enti privati-convenzionati o strutture ospedaliere dopo aver ricevuto una diagnosi medica (solitamente da parte del medico specialista in ortopedia, fisiatria o neurologia) e una prescrizione di trattamenti fisioterapici che, impropriamente, vengono definiti "in convenzione".

Per fare solo alcuni esempio, è il caso di:

  • interventi chirurgici (protesi d'anca, di ginocchio, ricostruzioni legamentose o esiti di fratture);
  • patologie neurologiche (esiti di ictus, sclerosi multipla, neuropatie);
  • patologie croniche o dolore cronico (mal di schiena persistente, cervicobrachialgia persistente, artrosi d'anca o di ginocchio).

Riassumendo, il percorso di cure che un paziente potrebbe ricevere nell'ambito delle strutture ospedaliere o private-convenzionate, solitamente, è:

  • diagnosi medica;
  • prescrizione di trattamenti o cure fisioterapiche;
  • rivalutazione o controllo medico specialistico.

 

Fisioterapista a Rimini: è sempre necessario avere diagnosi e prescrizione per le cure fisioterapiche?

Fortunatamente, la risposta è no.

Nel caso dei fisioterapisti in libera professione, che solitamente lavorano nel proprio studio professionale di fisioterapia, non è necessario aver ricevuto una diagnosi medica (dal medico di medicina generale, dal medico specialista in fisiatria, ortopedia o neurologia). In questo caso, quindi, il paziente potrà contattare direttamente il fisioterapista e rivolgervisi in tempi molto brevi.

Il fisioterapista, attraverso la propria valutazione (colloquio e visita del paziente), è in grado di identificare le situazioni per le quali la valutazione di un medico si rende necessaria. In questo caso specifico, pertanto, al termine dell'anamnesi (colloquio) e della valutazione attraverso test specifici eseguiti durante la visita, il fisioterapista potrà interfacciarsi direttamente o indirettamente (attraverso il paziente) per ulteriori approfondimenti se ritenuti necessari sia dal fisioterapista stesso che dal medico di medicina generale o dallo specialista.

 

Fisioterapista a Rimini: libera professione e fisioterapista privato

Per tutte le ragioni citate nelle righe precedenti, anche nei casi (che ci sono serviti solo come esempio) di interventi chirurgici, patologie neurologiche o patologie croniche, così come nel caso di tutte le altre patologie muscoloscheletriche, il paziente potrà rivolgersi direttamente al fisioterapista che lavora in libera professione semplicemente contattandolo.

La diagnosi medica non è necessaria per intraprendere un percorso fisioterapico, ma in alcuni casi la valutazione di tipo medico si rende indispensabile per intraprendere le cure con il fisioterapista.

 

Come scegliere il fisioterapista a Rimini

Nella zona di Rimini e provincia sono presenti numerosi studi professionali privati di fisioterapia e diversi professionisti con specializzazioni differenti.

Ogni fisioterapista, così come avviene nell'ambito delle specializzazioni mediche (pediatria, neurologia, ortopedia, ginecologia o altro), è specializzato in un ambito specifico. Le specializzazioni del fisioterapista, infatti, possono essere diverse e le principali sono:

Il consiglio per tutti i pazienti è quello, quindi, di scegliere il fisioterapista sulla base delle proprie specializzazioni, proprio come avviene nel momento in cui vi è la necessità di rivolgersi a uno specialista che, infatti, è specializzato in un ambito ben preciso.

 

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Dolore all’anca: come lo valuta il fisioterapista?

Il dolore all’anca destra o sinistra è sicuramente una delle condizioni dolorose più comune nell’ambito muscoloscheletrico,

Solitamente il dolore all’anca si manifesta come:

  • dolore a livello inguinale;
  • dolore a livello del fianco destro o sinistro;
  • dolore a livello del gluteo;
  • dolore a livello della parte posteriore (dietro) della coscia;
  • dolore a livello della parte anteriore (davanti) della coscia;
  • dolore anteriore alla coscia che si estende fino alla parte anteriore (davanti) del ginocchio.

Come viene valutato un paziente con dolore all’anca dal fisioterapista? Vediamolo insieme nel dettaglio passo dopo passo!

 

La visita di un paziente con dolore all’anca da parte del fisioterapista

La valutazione del paziente con dolore all’anca si compone di due parti fondamentali:

  • l’anamnesi (il primo colloquio tra fisioterapista e paziente): momento durante il quale il paziente riferisce tutte le proprie problematiche legate al dolore all’anca;
  • la visita vera e propria: momento durante il quale il fisioterapista visita attentamente il paziente attraverso test specifici e movimenti.

 

La visita del paziente con dolore all’anca

Valutazione specifica dell’estensione dell’anca (movimento attraverso il quale l’intera gamba viene portata indietro) da parte del fisioterapista. Il test serve per valutare la qualità e la quantità di movimento dell’anca del paziente e fornisce importanti indicazioni per il trattamento.

 

La valutazione del paziente con dolore all’anca non è uguale per tutti!

Ogni paziente riceverà la propria specifica valutazione in base alle informazioni emerse durante il primo colloquio.

 

Ecco un riassunto della visita vera e propria del paziente con dolore all’anca destra o sinistra!

Osservazione.

La prima fase di ispezione osservazione del paziente con dolore all’anca destra o sinistra è una delle più importanti, in quanto consente al fisioterapista di individuare:

  • gonfiori;
  • lacerazioni o ustioni;
  • lesioni cutanee o altre lesioni;
  • masse;
  • ematomi (lividi);
  • atteggiamenti di difesa del paziente in risposta al dolore all’anca, come una distribuzione del carico (peso corporeo) maggiore sull’arto sano senza dolore rispetto all’arto con dolore all’anca.

 

Palpazione

Lo scopo della palpazione durante la visita di un paziente con dolore all’anca destra o sinistra ha lo scopo di individuare quali tessuti tra muscoli, articolazioni, ossa, tendini e legamenti possono essere coinvolti nei sintomi della persona.

Nel dettaglio il fisioterapista utilizzerà la palpazione per i muscoli:

  • glutei;
  • quadricipite (nella parte anteriore – davanti – della coscia);
  • ischio-crurali (conosciuti anche come “femorali” – ovvero i muscoli nella parte posteriore – dietro – della coscia);
  • addominali;
  • paravertebrali (muscoli della schiena);
  • adduttori;
  • sartorio e tensore della fascia lata (due muscoli della parte anteriore e più laterale dell’anca).

 

Test attivi (movimenti attivi – eseguiti dal paziente)

I test attivi che il paziente esegue attivamente senza l’aiuto del fisioterapista. Alcuni di questi movimenti sono simili a quelli richiesti al paziente con mal di schiena, già visti nell’articolo completo dedicato al mal di schiena), e, ripassandoli, sono:

  • flessione (movimento di piegamento in avanti del busto);
  • estensione (inarcamento della schiena indietro);
  • inclinazione destra e sinistra (movimento di inclinazione laterale del busto);
  • rotazione destra e sinistra (movimento di torsione del busto muovendo le spalle e la testa).

Gli altri test attivi richiesti al paziente con dolore all’anca destra o sinistra sono:

  • squat;
  • affondi;
  • cammino;
  • sollevamento sulle punte;
  • salita e discesa di uno o più scalino.

Lo scopo di questi movimenti durante la visita di un paziente con dolore all’anca hanno lo scopo di valutare quantità di movimento, qualità (sicurezza nell’esecuzione del movimento da parte del paziente, eventuali tremori o “aiuto” attraverso l’uso delle braccia) e la presenza di dolore all’anca durante o dopo i movimenti. 

 

Test di forza (o test resistiti)

test di forza (o test resistiti) vengono utilizzati dal fisioterapista durante la visita di un paziente con dolore all’anca con lo scopo di valutare la forza muscolare nelle diverse direzioni. La valutazione della forza muscolare, in caso di dolore all’anca, è indispensabile e fornisce importanti informazioni per il trattamento.

Valutazione del muscolo ileo-psoas (muscolo anteriore dell’anca che ha la funzione di sollevarla verso l’alto). Al paziente viene richiesto di mantenere la posizione mentre il fisioterapista esercita una spinta verso il basso. Lo scopo del test è quello di valutare la forza muscolare in flessione d’anca (movimento di sollevamento della gamba).

 

I test di forza sono essenziali durante la visita di un paziente con dolore all’anca, in quanto possono aiutare il fisioterapista a capire se il dolore della persona può essere o meno dovuto a problematiche muscolari o articolari.

Valutazione dei muscoli adduttori (muscoli che avvicinano le gambe tra loro e che si trovano nella parte interna della coscia) a ginocchio flesso (piegato). Al paziente viene richiesto di unire le ginocchia e “schiacciare” la mano del fisioterapista. Il test ha lo scopo di scoprire se il dolore (principalmente a livello inguinale) del paziente con dolore all’anca destra o sinistra può essere dovuto a problematiche degli adduttori.

 

Test specifici per il dolore all’anca destra o sinistra

test specifici (o speciali) sono chiamati così per via del fatto che hanno lo scopo di valutare delle componenti specifiche dell’anca e, nel particolare, le strutture all’interno dell’articolazione.

Test specifico per il dolore all’anca percepito a livello inguinale. Il nome della manovra è FADDIR test. Il test ha lo scopo di valutare se il dolore del paziente può avere una origine articolare e si compone di un insieme di movimenti tra cui la flessione (piegamento della gamba in avanti), adduzione (movimento attraverso il quale il ginocchio viene portato verso l’interno) e rotazione interna (movimento della gamba per cui il piede viene portato verso l’esterno).

 

Grazie a questi test (come il FADDIR test) il fisioterapista sarà in grado di identificare le strutture più coinvolte nel dolore all’anca del paziente.

 

Test passivi (movimenti passivi – eseguiti dal fisioterapista)

test passivi, infine, sono tutte quelle procedure eseguite dal fisioterapista (in questo caso il paziente non partecipa al movimento – ecco quindi il perché del “passivo”) che muovere la schiena del paziente (che sarà in posizione prona – a pancià in giù – oppure sul fianco) in diverse direzioni.

 

Video che mostra un test specifico per la valutazione della rotazione interna dell’anca, uno dei movimenti più importanti da valutare nei pazienti con dolore a questa articolazione.

 

Video che mostra un test specifico per la valutazione della rotazione esterna dell’anca.

 

Test specifico per valutazione la rotazione interna dell’anca – movimento estremamente importante. Il test ha lo scopo di identificare quanto movimento in rotazione interna d’anca è presente e, in caso di deficit o riduzione dell’ampiezza di tale movimento, fornisce importanti informazioni per il trattamento.

 

 

Test specifico per valutazione la rotazione esterna dell’anca – movimento estremamente importante. Il test ha lo scopo di identificare quanto movimento in rotazione esterna d’anca è presente e, in caso di deficit o riduzione dell’ampiezza di tale movimento, fornisce importanti informazioni per il trattamento.

 

Al termine della visita vera e propria di un paziente con dolore all’anca destra o sinistra, il fisioterapista saprà identificare il trattamento più appropriato per risolvere il dolore.

 

Soffri di dolore all’anca che si irradia sul fianco?

Leggi l’articolo completo con alcuni esercizi per te!

Soffri di dolore all’anca a livello inguinale?

Scopri gli esercizi che puoi svolgere in autonomia per trarre sollievo dal dolore!

Vuoi sapere di più sul mal di schiena?

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Mal di schiena: come lo valuta il fisioterapista?

Il mal di schiena (o dolore lombare o, in inglese, low back pain) è senza dubbio la condizione dolorosa più comune nell'ambito muscoloscheletrico, ovvero la prima in classifica tra i dolori del nostro corpo. Al secondo posto, invece, ritroviamo la cervicalgia (o dolore cervicale o, impropriamente, "cervicale") e, al terzo posto, il dolore alla spalla.

 

La visita di un paziente con mal di schiena da parte del fisioterapista

La valutazione del paziente con mal di schiena si compone di due parti fondamentali:

  • l'anamnesi (ovvero il colloquio tra fisioterapista e paziente): momento durante il quale il paziente espone le proprie problematiche di mal di schiena, gli altri sintomi e tutti i disturbi associati;
  • la visita vera e propria (chiamato esame obiettivo valutazione obiettiva valutazione funzionale): momento durante il quale il fisioterapista osserva attentamente il paziente con mal di schiena ed esegue test specifici e movimenti.

Parliamo, ora, nello specifico dell'esame obiettivo, ovvero della visita vera e propria!

 

La visita del paziente con mal di schiena

Valutazione dell'estensione (inarcamento della schiena indietro) lombare (zona bassa della schiena) e dell'estensione (movimento dell'intera gamba all'indietro) dell'anca.

 

La valutazione del paziente con mal di schiena (o dolore lombarenon è mai standard. Ogni paziente riceve i test e le manovre specifiche che la sua condizione clinica richiede e non esiste una valutazione uguale per tutti.

Ad ogni modo, facciamo una rapida rassegna di cosa dovresti aspettarti se ti rechi da un fisioterapista a causa del tuo mal di schiena!

Ecco un riassunto breve ma esaustivo:

 

Osservazione.

Il paziente con mal di schiena va osservato e "guardato" ben da parte del fisioterapista con l'obiettivo di individuare:

  • rossori;
  • gonfiori;
  • abrasioni;
  • masse;
  • noduli;
  • ematomi (lividi);
  • atteggiamenti di difesa del paziente in risposta al mal di schiena (posture antalgiche).

 

Palpazione

Lo scopo della palpazione durante la visita di un paziente con mal di schiena ha lo scopo di individuare quali tessuti tra muscoli, articolazioni, ossa, tendini e legamenti possono essere coinvolti nei sintomi della persona.

Nel dettaglio il fisioterapista utilizzerà la palpazione per i muscoli:

  • paravertebrali (muscoli che hanno origine dalla nuca e terminano sul sacro);
  • glutei;
  • della gamba (anteriormente e posteriormente);
  • dorsali - tra le scapole (come i romboidi e il muscolo dentato postero-superiore).

 

Test attivi (movimenti attivi - eseguiti dal paziente)

I test attivi sono movimenti che il fisioterapista richiede di eseguire al paziente attivamente (ovvero da solo e senza aiuto), tra cui ricordiamo, principalmente:

  • flessione (movimento di piegamento in avanti del busto);
  • estensione (inarcamento della schiena indietro);
  • inclinazione destra e sinistra (movimento di inclinazione laterale del busto);
  • rotazione destra e sinistra (movimento di torsione del busto muovendo le spalle e la testa).

Lo scopo di questi movimenti durante la visita di un paziente con dolore lombare hanno lo scopo di valutare quantità di movimento, qualità (sicurezza nell'esecuzione del movimento da parte del paziente, eventuali tremori o "aiuto" attraverso l'uso delle braccia) e la presenza di mal di schiena durante o dopo i movimenti.

 

Test provocativi

test provocativi sono chiamati così perché hanno lo scopo di provocare il dolore del paziente. Chiariamoci subito. I test non sono fatti per creare dolore, ma hanno lo scopo di far capire al fisioterapista quali sono effettivamente le zone più dolorose e, quindi, quelle che devono essere trattate in caso di mal di schiena.

Immagine rappresentativa di un test provocativo del rachide lombare (zona bassa della schiena). Il test ha lo scopo di individuare nello specifico le zone più dolorose del paziente. Il test è indispensabile in quanto permette al fisioterapista di capire quali zone del corpo trattare per risolvere il problema del paziente.

 

Video rappresentativo di un test provocativo.

Video rappresentativo di un altro test provocativo.

Grazie a questi test, il fisioterapista sarà in grado di identificare quali saranno le zone più importanti da trattare.

 

Test passivi (movimenti passivi - eseguiti dal fisioterapista)

test passivi, infine, sono tutte quelle procedure eseguite dal fisioterapista (in questo caso il paziente non partecipa al movimento - ecco quindi il perché del "passivo") che muovere la schiena del paziente (che sarà in posizione prona - a pancià in giù - oppure sul fianco) in diverse direzioni.

Al termine della visita vera e propria di un paziente con mal di schiena, il fisioterapista saprà identificare il trattamento più appropriato per risolvere il dolore.

 

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Il mio primo LIBRO sul DOLORE è pronto!

"E' stata dura, ma ce l'abbiamo fatta".

Potrebbe essere una frase che fa sorridere, ma, in effetti, così è stato. Insieme ad altri colleghi fisioterapisti, medici specialisti in ortopedia, medici specialisti in algologia e psicologi, abbiamo realizzato il primo LIBRO sul DOLORE!

 

 

Gli argomenti

Il libro spazia dalla storia dello studio del dolore fino alla pratica clinica quotidiana del fisioterapista, del medico e dello psicologo che si interfacciano con i pazienti con dolore. L'obiettivo? Acquisire tutte le conoscenze scientifiche sul dolore per poi imparare a gestire nel dettaglio i pazienti che soffrono di dolore.

Non voglio svelare altri dettagli! Lascio la parola a chiunque avrà la curiosità di leggerlo!

Ecco il link diretto!

Esercizi per Mal di Schiena

Il mal di schiena è la problematica muscoloscheletrica più comune al mondo, in particolare quello in zona lombare. 

Diciamocelo, tutti sappiamo che per il mal di schiena bisogna fare esercizi... ma nel momento in cui ci chiediamo "quali sono i migliori esercizi per il mal di schiena?", probabilmente, molti di noi non hanno la giusta risposta.

Iniziamo dicendoci che gli esercizi per il mal di schiena sono davvero l'unico farmaco che ci aiuta a stare bene. Vi dirò di più. Gli esercizi aiutano per:

  • mal di schiena in zona lombare;
  • dolore al fianco destro;
  • dolore al fianco sinistro;
  • mal di schiena al risveglio;
  • mal di schiena di notte.

La nostra schiena è fatta per muoversi, su questo siamo tutti d'accordo.

Se siamo tutti d'accordo sul fatto che il nostro corpo abbia bisogno di muoversi, è vero anche che per risolvere dei problemi come il mal di schiena, serva allo stesso modo il movimento: gli esercizi.

 

Perché servono gli esercizi per il mal di schiena?

Al mal di schiena si accompagna sempre un problema di movimento, chiaramente una limitazione del movimento (difficoltà nell'allacciarsi le scarpe da seduto, difficoltà nel raccogliere qualcosa da terra quando siamo in piedi, difficoltà nel mantenere la posizione seduta o in piedi per un tempo prolungato e così via).

L'unica vera regola è: il nostro corpo è fatto per muoversi, il dolore trascina con sè delle problematiche di movimento e, per risolverlo, saranno proprio gli esercizi (movimento) a risolverlo!

Facciamo un esempio pratico e scopriamo di cosa parliamo quando parliamo di esercizi per mal di schiena (o mal di schiena lombare) guardando insieme DUE video, ad esempio, di esercizi per il mal di schiena al risveglio al mattino, con o senza rigidità!

 

PER TUTTI I VIDEO DI ESERCIZI PER LE DIVERSE PATOLOGIE, SEGUIMI SU INSTAGRAM!

 

Esercizi per mal di schiena al risveglio al mattino

Ecco un primo esempio di esercizio efficace, semplice e sicuro che possiamo eseguire per combattere il mal di schiena al risveglio!

 

Ecco il secondo esempio di esercizio per mal di schiena al risveglio.

 

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"Degenerazione del disco"

"Protrusione discale"

"Restringimento del canale vertebrale"

"Ernia discale"

"Spondilosi"

"Artrosi vertebrale"

Queste sono solo alcune delle parole che potremmo ritrovare nei referti delle risonanze magnetiche quando vogliamo capirci di più sul nostro mal di schiena.

 

Siamo proprio sicuri che tutte queste parole, che in effetti spaventano un po', significhino necessariamente dolore?

Fermiamoci un attimo.

 

Vi darò due brevissime informazioni che ci chiariranno una volta per tutte le idee!

Partiamo da quello che hanno scoperto dei ricercatori!

Premessa: sarà breve, ma è necessario sapere queste 3 cose in particolare.

 

VENIAMO A NOI

Un gruppo di studiosi americani si è chiesto: ma tutte le cose che ritroviamo nelle nostre risonanze magnetiche.. le hanno solamente chi ha dolore? Oppure anche altri?

Ebbene, la scoperta è davvero sorprendente (e non sono gli unici ricercatori a essere arrivati alle stesse conclusioni!).

 

Che cosa hanno trovato? Ecco le 3 buone notizie!

 

 

1. Ciò che ritroviamo nella nostra risonanza magnetica, spesso, è normale che ci sia!

Dopo aver fatto nostro questo primo concetto, approfondiamolo con le altre due buone notizie che ci chiariranno le idee.

2. Sopra i 60 anni, le "protrusioni" o le "degenerazioni discali" sono assolutamente normali e fanno parte del normale processo di adattamento del nostro corpo nel corso degli anni.

Sembra che il 90% dei pazienti (cioè 9 persone su 10!) abbia queste "alterazioni" della colonna vertebrale, in particolare nella zona lombare. Qual è la buona notizia? La buona notizia è che nessuno di questi pazienti reclutati nello studio aveva dolore! Questo è sufficiente per farci capire che ciò che troviamo nella nostra risonanza magnetica potrebbe anche non essere collegato al nostro mal di schiena.

3. Riguarda solo le persone con più di 60 anni? No, anche per i giovani sembra valere la stessa cosa.

Anche per i giovani il discorso non cambia. I ricercatori infatti hanno scoperto che più del 50% delle persone di età compresa tra i 30 e i 39 anni aveva "degenerazioni discali" o "protrusioni" e, anche in questo caso, nessuno aveva dolore!

 

Insomma Valerio, dopo tutto questo racconto, cosa ci portiamo a casa?

Tutto ciò che ritroviamo nella nostra risonanza magnetica non assume alcun valore se non ci associamo la clinica: cioè come sta il paziente nella vita reale. Altrimenti si rischia soltanto che le indagini strumentali (radiografie, risonanze magnetiche, TAC) siano soltanto delle costosissime foto del nostro corpo. Ci sono tanti pazienti che hanno molto dolore senza alcuna "anomalia" nella loro risonanza magnetica e, al contrario, tanti pazienti che hanno poco o addirittura nessun dolore (come quelli di cui abbiamo parlato prima!): tutto questo è assolutamente normale.

 

Quello che deve essere fatto è farsi visitare, in caso di mal di schiena, da un fisioterapista specializzato che analizzerà insieme a voi le vostre indagini strumentali (a volte ci danno tante informazioni!) e condurrà un buon colloquio esaustivo associato a una valutazione approfondita (la vera e propria visita).

 

Senza tutto questo, un indagine strumentale non ci dice molto.

Ripensiamo infatti ai pazienti dello studio dei ricercatori americani. Tutti loro nella loro schiena avevano qualcosa che non rispecchiava la schiena perfetta. Eppure nessuno aveva dolore!

Le indagini strumentali, da sole, non possono sostituire la clinica.

 

Grazie,

Valerio Barbari

 

Dott. Valerio Barbari

Fisioterapista, OMPT - RIMINI

Collaboratore alla Didattica presso l'Università degli Studi di Genova
Specializzato nel trattamento del dolore e delle problematiche cervicali e di schiena

 

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10 cose che devi sapere sul mal di schiena.

Breve introduzione

Chi di noi non ha sofferto almeno una volta di mal di schiena? Specialmente nella zona lombare, ovvero la parte più bassa della schiena?

Rassicuriamoci subito.

Il mal di schiena è un disturbo davvero frequente. Anzi, è il problema a carico del sistema muscolare e scheletrico più comune al mondo!

Ci sono però ottime notizie.

Nel 95% dei casi, il mal di schiena è di natura benigna non vi è alcuna patologia grave alla base del problema. Il problema è solamente il dolore, che a volte potrebbe essere molto disabilitante per il paziente e per questo deve essere aiutato.

Dopo questa breve e doverosa presentazione è necessario fare un piccolo passo indietro.

Purtroppo, I miti e i luoghi comuni che ruotano attorno al mal di schiena sono davvero tanti.

 

Passiamo alla pratica!

Ecco le 10 cose che ciascuno di noi dovrebbe sapere sul mal di schiena!

 

1. Il mal di schiena persistente può spaventare, ma raramente è qualcosa di pericoloso!

Il mal di schiena non è un disturbo che mette a rischio la nostra vita. Può essere doloroso, stressante e disabilitante, ma raramente rappresenta una condizione medica pericolosa. Come dicevamo prima, nel 95% dei casi non è nulla di grave!

 

2. Invecchiare non è una causa di mal di schiena.

Nonostante sia un luogo comune estremamente diffuso, la ricerca e la pratica clinica ci insegnano come l’avanzare dell’età non sia causa di mal di schiena. La maggior parte degli episodi di mal di schiena tende a migliorare nel corso del tempo e certamente non peggiorano con l’avanzare dell’età. I trattamenti fondati sugli studi scientifici, infatti, possono aiutare a qualunque età! E qual è il professionista di riferimento? Il Fisioterapista specializzato in disturbi muscoloscheletrici.

 

3. Il mal di schiena persistente non si associa quasi mai a un serio danno ai nostri tessuti.

La schiena è estremamente forte. Normalmente, in caso di danni ai tessuti, il nostro corpo guarisce nell’arco di circa 3 mesi. Pertanto, se il dolore è presente da più di questo tempo significa che ci sono anche altri fattori che contribuiscono al dolore! Se ci pensiamo bene, infatti, tanti episodi di mal di schiena insorgono senza un vero danno alla schiena ma, per esempio, con semplici movimenti della vita quotidiana. Questi episodi possono essere legati allo stress, alla tensione, alla fatica, all’inattività o a un’attività insolita che rende la nostra schiena più sensibile al carico e al movimento.

 

4. Le indagini strumentali (risonanza magnetica, TAC, radiografia) raramente mostrano la causa del mal di schiena.

Le indagini strumentali sono utili per pochissime persone. Nei referti infatti, è comune ritrovare tante cose dal nome spaventoso come protrusioni, degenerazione o erniazioni discali. Sfortunatamente, queste cose sono estremamente comuni anche nelle persone che non hanno mal di schiena e non ci aiutano a capire quanto dolore percepiamo o quanta disabilità ci procura questo dolore! In più, le immagini delle indagini strumentali possono cambiare: sappiamo infatti che la maggior parte delle erniazioni discali “si ritira” spontaneamente nel corso del tempo. Insomma, queste immagini non ci dicono come si evolverà nel tempo dell’episodio di mal di schiena, non ci dicono quanta disabilità procura il mal di schiena e non migliorano i risultati finali dei trattamenti!

 

5. Sentire dolore durante gli esercizi o durante il movimento non significa che stiamo danneggiando la nostra schiena.

Quando il dolore persiste, è normale che la schiena e i muscoli intorno diventino davvero più sensibili al tocco e al movimento. Il dolore che percepiamo durante il movimento e durante le attività riflette quanto sono sensibili le strutture, non quanto siamo danneggiati. Per questo motivo è normale e sicuro percepire un po’ di dolore o tensione quando si inizia un movimento o un esercizio, soprattutto quando non siamo abituati a farlo o quando non lo facciamo da un po’!. Questo aspetto normalmente si sistema nel momento in cui diventiamo più attivi. Infatti, l’esercizio e il movimento sono tra le strategie più efficaci per aiutare a combattere il mal di schiena, insieme alla terapia manuale eseguita dal fisioterapista.

 

6. Il mal di schiena non è causato da una cattiva postura.

Il modo con cui stiamo seduti, come ci alziamo o come ci pieghiamo non è una causa di mal di schiena anche se queste attività possono essere dolorose. Variare la postura è salutare per la nostra schiena ed è altrettanto sicuro rilassarsi durante le attività quotidiane come piegarsi o sollevare degli oggetti con la schiena curva – in effetti, se ci pensiamo, è più efficiente!

 

7. Il mal di schiena non è causato da una muscolatura addominale o del busto debole!

Infatti, se ci pensiamo bene, le persone con mal di schiena spesso hanno una muscolatura “del busto” molto più tesa come risposta protettiva. È come stringere il proprio pugno dopo aver subito una distorsione al polso, non cambia nulla. Essere forti è importante quando hai bisogno di muscoli da utilizzare, ma essere in tensione per tutto il tempo non aiuta (ed è quello che succede quando si ha dolore!). Infatti, imparare a rilassare la nostra muscolatura durante le attività quotidiane può essere di grande aiuto.

 

8. La schiena non si danneggia con il carico quotidiano e con il piegarsi.

Così come sollevare pesi rende i muscoli più forti, muoversi e caricare rendono la nostra schiena più forte e più sana. Pertanto, attività come la corsa, il piegamento o il sollevamento sono sicure se si incomincia ad eseguirle con gradualità e una pratica regolare. E se abbiamo dolore? Probabilmente bisognerà fare un piccolo passo indietro perché probabilmente è ancora presto, ma non significa che dobbiamo fermarci! Il movimento è vitale per la nostra schiena. Se dei movimenti risultano dolorosi, se ne troveranno degli altri più semplici e meno energici da cui partire.

 

9. Le riacutizzazioni del dolore (il dolore che si ripresenta) non sono l’allarme di un danno alla nostra schiena.

Le riacutizzazioni del dolore possono far paura ed essere molto dolorose, ma solitamente non sono legate a un reale danno ai tessuti. Scarsa qualità del sonno, stress, tensione, paure, livello di umore basso, inattività o attività inusuali sono i fattori che solitamente scatenano questi episodi. Controllare questi fattori aiutano a prevenire le esacerbazioni del dolore e, in caso di episodio come questo, è necessario rimanere calmi, rilassarsi e continuare a muoversi piuttosto che comportarsi come se ci trovassimo in caso di infortunio.

 

10. Le infiltrazioni, la chirurgia e i farmaci “forti” solitamente non sono una cura.

Le infiltrazioni, la chirurgia e i farmaci come gli oppioidi non sono così efficaci per ridurre il dolore persistente nel lungo periodo. Non solo, queste procedure associano a rischi ed effetti collaterali negativi che sono tutt’altro che d’aiuto. Trovare modalità a basso rischio per controllare il dolore è la chiave per la risoluzione del problema.

 

Quindi? Qual è la soluzione? 

Ognuno di noi ha bisogno di una guida nei momenti di difficoltà e di bisogno. Il fisioterapista, essendo il professionista più specializzato dell’ambito sanitario nel mal di schiena, rappresenta quella guida da seguire.

La giusta ricetta che funziona per tutti i pazienti è:

  1. Visita e valutazione da un fisioterapista specializzato;
  2. Movimenti ritagliati su misura della persona;
  3. Comprensione del livello di attività e di possibilità di movimento della schiena;
  4. Terapia Manuale eseguita dal fisioterapista specializzato;
  5. Esercizio terapeutico (specifici esercizi scelti su misura della singola persona).

Questa ricetta, come avremo ben capito, dovrà avere gli ingredienti giusti per ciascun paziente. La ricetta ci dice in linea generale come dobbiamo gestire insieme il problema, gli ingredienti saranno il come lo faremo!

 

 

Fonte

O’Sullivan Peter B., et al. Back to basics: 10 facts every person should know about back pain. Br J Sports Med. 2019

 

 

Dott. Valerio Barbari

Fisioterapista, OMPT - RIMINI

Collaboratore alla Didattica presso l'Università degli Studi di Genova
Specializzato nel trattamento del dolore e delle problematiche cervicali e di schiena

In collaborazione con FisioScience MEDICAL. La prima piattaforma interamente dedicata ai pazienti.

 

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Ecco le 7 cose che devi necessariamente sapere sulla POSTURA.

1) Non esiste un'unica "corretta" postura. Nonostante vi siano radicate e forti credenze e luoghi comuni a riguardo, non vi è alcuna prova scientifica rispetto al fatto che esita una postura ottimale o che evitare posture "scorrette" prevenga il mal di schiena.

2) Le differenze nelle diverse posture sono NORMALI. Sono, infatti, normali variazioni delle curve della nostra schiena e non c'è nessuna singola "curvatura" che si associ al mal di schiena. Il DOLORE è una cosa, la POSTURA (ognuno di noi ha la propria) è un'altra!

3) La POSTURA riflette i pensieri e gli stati d'animo. La postura, infatti, può rappresentare le emozioni, i pensieri e l'immagine del corpo di una persona. Che cosa significa? Significa che, per esempio, alcune posture vengono adottate come strategia di difesa e quindi possono riflettere aspetti legati alla vulnerabilità del nostro corpo. Comprendere le ragioni che stanno alla base dell'assunzione di queste posture potrebbe essere molto più utile del valutare la postura (intesa come pura posizione nello spazio) in sé!

4) E' sicuro adottare più posture, e che siano comode. Le posture comode, oltretutto, variano tra i diversi individui. Esplorare posture diverse, incluse quelle che frequentemente vengono evitate o modificare le nostre abitudini posturali quotidiane può portare anche a un sollievo dai sintomi!

 

 

5) La nostra schiena è estremamente FORTE e dobbiamo fidarci di essa. La colonna vertebrale, infatti, costituisce una struttura adattabile e robusta in grado di muoversi in maniera sicura in un'ampia varietà di posture. Le avvertenze che vengono date rispetto all'evitamento di alcune posture non sono assolutamente necessarie e potrebbe portare ad avere PAURA di muoversi.

6) STARE SEDUTI NON E' DANNOSO! Stare seduti per più di 30 minuti non è pericoloso, e nemmeno dovrebbe essere sempre evitato. Tuttavia, muoversi e cambiare posizione è molto utile ed essere fisicamente attivi è estremamente importante non solo per la salute generale, ma anche per la nostra schiena!

7) Non esiste una regola che valga per tutti. Le analisi posturali e del movimento NON PREVENGONO il dolore sul posto di lavoro. Il modo con cui solleviamo gli oggetti, per esempio, è influenzato dalla NORMALE variabilità delle curvature della nostra schiena e consigliare di adottare una specifica postura o un corsetto (busto) NON E' ASSOLUTAMENTE RACCOMANDATO.

 

Leggi anche:

 

Riferimenti

Diane Slater et al. “Sit Up Straight”: Time to Re-evaluate. JOSPT (2019).

 

Valerio Barbari

Fisioterapista, OMPT

Orthopaedic Manipulative Physical Therapist

Collaboratore alla didattica Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici (Università di Genova - Campus di Savona)

La valutazione del fisioterapista: come funziona?

Come funziona, o meglio, in che cosa dovrebbe consistere la valutazione di un fisioterapista?

 

BREVE PREMESSA

Per una serie di ragioni purtroppo ben note, il fisioterapista è sempre stato visto come un professionista di carattere puramente tecnico.

Infatti, alla fisioterapia, è stato sempre dato un connotato poco “valutativo”, ma più “d’azione”.

Mi spiego.

Al medico è sempre stata affidata la diagnosi (identificare la patologia) e al fisioterapista è stato affidato il trattamento (in linea con le indicazioni mediche).

E, nella maggior parte dei casi, vista la carente (per essere buoni) formazione di molti fisioterapisti, direi meglio così.

Per fortuna, il fisioterapista con una formazione specialistica nel proprio ambito, ha anch’egli una propria valutazione sulla base della quale proporrà al paziente un piano di trattamento in funzione delle sue richieste, delle sue preferenze e della sua condizione clinica.

Stiamo facendo riferimento all’ambito muscoloscheletrico (gestione del mal di schiena, dolore di spalla, mal di testa, cervicalgia, artrosi, riabilitazione post-chirurgica e così via), ma ogni fisioterapista dovrebbe avere, anche se non è sempre così, la propria formazione specialistica nel relativo ambito (respiratorio, cardiologico, geriatrico, dell’età evolutiva, del pavimento pelvico, neurologico e così via).

 

IN COSA CONSISTE DAVVERO UNA BUONA VALUTAZIONE FISIOTERAPICA

La valutazione fisioterapica si compone essenzialmente di due momenti: il colloquio conoscitivo con il paziente (anamnesi) e l’esame obiettivo (la vera e propria “visita”).

 

Il colloquio

Il colloquio con il paziente, specialmente la prima volta che fisioterapista e paziente si incontrano, costituisce senza ombre di dubbio il momento più nobile della valutazione.

Infatti, in questa fase del processo di valutazione e attraverso alcune domande da parte del fisioterapista; il paziente avrà modo di:

  • esporre al fisioterapista i propri sintomi (esempio: dolore) e tutti i problemi che ne derivano (nel lavoro, nell’attività sportiva od altro);
  • spiegare al fisioterapista come sono insorti (esempio: un trauma o gradualmente nel corso del tempo) e come si sono evoluti nel tempo o nell’arco della giornata precedente;
  • spiegare le caratteristiche specifiche di questi sintomi (formicolii, scosse, bruciori, fitte, intorpidimento, “morsa”, indolenzimento, crampi od altro) e la localizzazione precisa (dove si manifestano sul corpo);
  • riferire la risposta di questi sintomi ai farmaci;
  • riferire la risposta di questi sintomi al riposo;
  • riferire la risposta di questi sintomi a trattamenti precedenti;
  • riferire la presenza – se appropriato – di altre patologie in atto (esempio: diabete, ipertensione, neuropatie od altro) o altre diagnosi mediche che il fisioterapista DEVE conoscere;
  • riferire l’assunzione, eventualmente, di farmaci;
  • discutere e visionare gli eventuali referti medici precedenti (esempio: RX, risonanza magnetica od altro);
  • riferire al fisioterapista qualunque altro dettaglio ritenuto rilevante per il proprio problema.

 

Come vedete, il colloquio è davvero ricco, se vogliamo così definirlo.

Per qualche paziente potrebbe sembrare, a volte, noioso, ma è in realtà il momento più informativo della valutazione!

Infatti, per fare un esempio, è proprio in questo momento che il fisioterapista potrebbe valutare che il problema del paziente sia più di pertinenza medica che fisioterapica (ed eventualmente invitare al paziente a sottoporsi all’attenzione del medico).

 

Andiamo avanti con la fase successiva.

 

L’esame obiettivo (“visita”)

Come detto, il secondo momento della valutazione è l’esame obiettivo, ovvero la vera e propria “visita”.

In questa fase valutativa il fisioterapista si avvarrà delle seguenti "step":

  • osservazione del paziente (posizioni antalgiche, cioè assunte in modo da non sentire dolore, rossore cutaneo, gonfiore, od altro);
  • palpazione della zona interessata (muscolo, nervo, legamento od altro);
  • richiesta di alcuni movimenti “attivi” (cioè eseguiti dal paziente, come un’elevazione del braccio in caso di dolore di spalla);
  • movimenti “passivi” (cioè eseguiti dal fisioterapista, come il piegamento del ginocchio in caso di dololore/trauma al ginocchio);
  • test articolari (ogni articolazione ha i propri);
  • valutazione della forza muscolare;
  • valutazione della lunghezza muscolare;
  • test speciali (come i test ortopedici per la rottura del legamento crociato anteriore o movimenti specifici del collo in caso di mal di testa di origine cervicale).

 

Al termine di tutto questo processo, il fisioterapista avrà ben chiara la condizione clinica del paziente e, insieme al paziente stesso, discuterà la proposta di trattamento, nonché la tipologia, la frequenza e tutto ciò che ne consegue.

La valutazione del paziente, in particolar modo al primo incontro (ma non solo), deve essere dettagliata e accurata.

Solo in questo modo il fisioterapista potrà proporre un trattamento specifico e personalizzato sulla persona. 

Solo in questo modo il paziente può ottenere un servizio sanitario sicuro, efficiente, efficace e, soprattutto, appropriato.

 

Valerio Barbari

Dottore in Fisioterapia, OMPT

Orthopaedic Manipulative Physical Therapist

Collaboratore alla didattica Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici

Università di Genova (Savona)

L’esercizio è un farmaco: il più potente antidolorifico

L’esercizio è una medicina.

Lo sentiamo dire spesso, davvero spesso.

Ma ci crediamo sul serio?

Ebbene, tutti noi conosciamo gli effetti benefici dell’esercizio sull’aumento della forza muscolare, della resistenza muscolare, sul sistema cardiovascolare e polmonare, e così via.

Ma sappiamo anche che l’esercizio è uno dei più potenti antidolorifici di cui disponiamo?

 

 

L’ESERCIZIO È UN FARMACO EFFICACE PER IL DOLORE PERSISTENTE

Il dolore persistente, oggi, deve essere considerato come una vera e propria patologia a sé stante.

Quando il dolore persiste da tempo (magari tanto tempo) non ha realmente più tanto senso parlare di mal di schiena o male al collo (salvo casi specifici), ma di dolore.

Sia da un punto di vista economico che da un punto di vista emotivo, psicologico, fisico, lavorativo e familiare, il dolore persistente gioca un ruolo determinante (negativo) nella vita delle persone.

Per citare una frase di McQuay H., “i pazienti con dolore persistente che sono gestiti in maniera non appropriata rimbalzeranno all’interno del sistema sanitario diventando sempre più esasperati e consumando una quantità considerevole di risorse”.

In effetti, così è.

 

MA C’È UNA BUONA NOTIZIA!

L’esercizio è un farmaco.

L’esercizio è una medicina.

Sono davvero numerose le ricerche che ci ricordano come l’esercizio sia efficace nella ridurre del dolore in diverse problematiche, tra cui, per fare solo qualche esempio l’artrosi, il mal di schiena, il dolore al collo[2,3,4,5,6], o, ancora, in patologie come l’artrite reumatoide o la fibromialgia[7,8].

E ancora..

Per citarne un’altra, un’enorme ricerca pubblicata nel 2015[9] ha riassunto tutte le prove a supporto dell’esercizio per diverse patologie. Oltre alle problematiche cardiovascolari, polmonari, neurologiche e psichiatriche, vi erano anche:

  • Mal di schiena
  • Osteoporosi
  • Artrosi
  • Artrite Reumatoide

Non male, no?

 

QUALI SONO I MECCANISMI?

Discutere dettagliatamente i meccanismi per cui l’esercizio determina una riduzione del dolore è davvero molto complesso e non è l’obiettivo di questo articolo, che si propone di portare alla Vostra attenzione il fatto che l’esercizio costituisce una medicina e può considerarsi come un vero e proprio farmaco antidolorifico!

Un po' di termini strani..

I sistemi maggiormente coinvolti nell’azione antidolorifica dell’esercizio sembrano essere:

  • Sistema oppioide endogeno
  • Sistema endocannabinoide
  • Interazione tra sistema serotoninergico e oppioide
  • Vie endogene di inibizione del dolore

 

 

TANTI PAROLONI PER DIRE COSA?

  • L’esercizio è in grado di attivare diversi sistemi del corpo coinvolti nella modulazione (=regolazione) della percezione dolorosa;
  • In caso di dolore persistente, l’esercizio fisico (aerobico, allenamento di forza, o altro) DEVE necessariamente essere inserito in un programma personalizzato sul paziente;
  • Per le persone che vivono nel dolore, che hanno problematiche ricorrenti di dolore, che hanno un caro che convive con il proprio dolore, il consiglio spassionato è quello di inserire nella propria routine una piccola (e poi via via più grande) dose di esercizio giornaliero.. cambia la vita!
  • L’esercizio è la prima arma contro il dolore in linea generale, figuriamoci in una situazione di dolore che dura da tanto tempo dove il nostro fisico, volenti o nolenti, si trova ad essere un po’ trascurato!
  • L’esercizio è la terapia con più prove a proprio favore in tutta la ricerca scientifica;
  • Non esistono controindicazioni all’esercizio, nessuna (sicuramente il dolore, al contrario, è un’indicazione!).

 

Altre letture consigliate:

“Vivere bene con il dolore” traduzione italiana (2019).

Scaricabile gratuitamente al http://www.fisioscience.it/blog/living-well-with-pain-traduzione-italiana/

 

 

Bibliografia

  1. McQuay H. Help and hope at the bottom of the pile. British Medical Journal, 2008.
  1. Exercise therapy for chronic nonspecific low-back pain. Best practice & research Clinical rheumatology. 2010
  1. Neck pain: Clinical practice guidelines linked to the International Classification of Functioning, Disability, and Health from the Orthopedic Section of the American Physical Therapy Association. 2008.
  1. Strength training alone, exercise therapy alone, and exercise therapy with passive manual mobilisation each reduce pain and disability in people with knee osteoarthritis: a systematic review. 2011.
  1. Ottawa Panel evidencebased clinical practice guidelines for aerobic fitness exercises in the management of fibromyalgia: part 1. 2008.
  1. Effect on health-related quality of life of a multimodal physiotherapy program in patients with chronic musculoskeletal disorders. Health and quality of life outcomes. 2013.
  1. Individualised aerobic and resistance exercise training improves cardiorespiratory fitness and reduces cardiovascular risk in patients with rheumatoid arthritis. 2013.
  2. Symptomatic pain and fibromyalgia treatment through multidisciplinary approach for Primary Care. 2015. 
  1. Exercise as medicine – evidence for prescribing exercise as therapy in 26 different chronic diseases. 2015.

 

Valerio Barbari

Dottore in Fisioterapia, OMPT

Orthopaedic Manipulative Physical Therapist

Collaboratore alla didattica Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici

Università di Genova (Savona)

8 cose che devi sapere sulla tua cervicale

Quali sono le 8 cose essenziali da sapere sulla “cervicale”?

 

La “cervicale” che non passa o che ritorna in maniera ricorrente come fosse un raffreddore, è una malattia e una condanna?

La risposta, e anche la buona notizia, è NO, non è una malattia né tantomeno una condanna.

Il termine “cervicale” (che non è altro che la zona della colonna vertebrale compresa tra testa e spalle) nel gergo comune indica impropriamente una condizione dolorosa (cervicalgia) che colpisce prevalentemente la regione posteriore del collo che può raggiungere:

  • la zona della testa (dando, per esempio, mal di testa);
  • la zona tra collo e spalle;
  • le spalle stesse;
  • le braccia;
  • la zona alta della schiena.

Un po’ come per il mal di schiena, il dolore cervicale ha, da sempre, subito l’influenza di alcuni luoghi comuni che si sono dilagati a macchio d’olio nel vissuto di ciascuno di noi.

Diciamocela tutta, nel corso degli anni è stato attribuito alla “cervicale” un significato molto più tenebroso rispetto a quanto non lo sia in realtà.

 

 

Ecco cosa devi sapere!

 

 

1) Il dolore cervicale è, nella maggior parte dei casi, di natura benigna.

Quello che tutti dobbiamo sapere è che, nella maggior parte dei casi, è di natura benigna e i casi in cui è sintomo di una patologia più grave sono davvero rari.

 

2) Le indagini strumentali a cui vengono sottoposti i pazienti NON sempre servono ad ottenere più informazioni sul disturbo! 

Tutto ciò che vediamo nelle nostre radiografie o risonanze magnetiche, anche per quel che riguarda la colonna cervicale, è molto comune anche nelle persone che non hanno alcun dolore!

Per questo motivo, non possiamo imputare la “colpa” dei nostri sintomi solamente a ciò che leggiamo nei referti delle radiografie, risonanze o altro (soprattutto quando il dolore persiste da un po’!).

Nemmeno in quest’area anatomica esiste la “schiena perfetta”.

Piuttosto, le indagini strumentali hanno un peso rilevante in caso di sospetto di un problema più serio per il quale sarà necessario un approfondimento specialistico o di altra natura.

 

3) La maggior parte degli episodi di dolore cervicale acuto (appena insorto) si risolve spontaneamente nell’arco di 2 settimane.

A supporto del fatto che spesso gli episodi di dolore cervicale sono benigni, dobbiamo sapere che la maggior parte di questi ultimi si risolve spontaneamente in un arco di tempo compreso tra 2 settimane e 3 mesi.

Non è purtroppo una regola e ci sono alcuni pazienti che soffrono di dolore cervicale per più tempo.

 

4) Le indagini strumentali non sono di grande aiuto neanche per capire quale paziente "andrà meglio" e quale invece impiegherà più tempo a guarire. 

La ricerca ci dice chiaramente quali sono i fattori che potrebbero far ritardare il recupero in caso di dolore cervicale.

Tra questi ritroviamo la presenza di forte dolore al braccio, dolore in diverse e numerose regioni del collo e della colonna vertebrale, fumo, obesità, basso livello di salute generale, fattori come ansia, paura del movimento, evitamento del movimento del collo e della testa, una scarsa qualità del sonno e, soprattutto, un basso livello di attività fisica ed esercizio.

 

5) Il text-neck NON esiste! Trovata pubblicitaria e di marketing?

Ideato da Dott. Google e alimentato dalle pseudoscienze più stravaganti, il text-neck, cioè una presunta patologia per la quale chi usa il cellulare dovrebbe sviluppare dolore cervicale per via del piegamento del collo e della testa, ha ottenuto purtroppo un enorme successo attraverso i media.

La ricerca scientifica sostiene non vi sia alcuna correlazione tra l’utilizzo del cellulare e l’insorgenza di dolore cervicale.

Anche esulando dal contesto scientifico (che resta comunque l’unico a poter fornire risposte alle nostre domande), tanto per avanzare un'obiezione contro questa nuova moda: non è forse vero che lo facevamo anche prima esattamente nella stessa maniera? Prima no ed ora sì?

 

6) Contrariamente a ciò che viene orgogliosamente spiegato, NON è la postura in sé che mantieni a lavoro, a casa sul divano, mentre leggi un libro o sei al cellulare che crea problemi, ma il fatto di fare la stessa cosa per troppo tempo!

Al nostro corpo non interessano tanto le posture che assumiamo, ma è molto interessato al fatto che queste posizioni non si protraggano nel tempo!

Il nostro corpo trae beneficio dal movimento e ne soffre l’assenza, pertanto è portato a far scattare un allarme (dolore) nel momento in cui tale movimento o posizione venga eseguito o mantenuta per un periodo prolungato ed eccessivo.

 

7) Alcuni dolori cervicali possono dare mal di testa o vertigini e la fisioterapia è un ottimo alleato contro questi disturbi!

Il nome tecnico della prima è cefalea cervicogenica (=che origina dalla cervicale) e si caratterizza per avere un’insorgenza nella zona posteriore della testa che si espande fino alla fronte o agli occhi, che va e viene insieme al dolore al collo e che aumenta con i movimenti o posizioni mantenute del collo e della testa.

Quello della seconda invece è vertigine cervicogenica e si presenta come senso di instabilità, senso di ubriacatura, giramenti di testa o sensazione di testa vuota od ovattata. Anche in questo caso, generalmente, questi sintomi vengono scatenati da un trauma cervicale (come un colpo di frusta) o dal movimento/posizioni mantenuti della testa e del collo.

Affidati a un bravo fisioterapista per la gestione di questo problema!

La terapia manuale e l’esercizio terapeutico rappresentano due strategie estremamente efficaci per queste condizioni.

 

8) La migliore arma per prevenire il dolore cervicale? L'attività fisica e l’esercizio, nient’altro. 

Mettiamo una croce definitiva su cerotti, creme, pomate, pietre che emanano calore, mani poggiate sulla testa per qualche minuto, o qualunque altra cosa che non prevede il movimento.

Il collo, come qualunque altra regione del corpo, è fatto per muoversi e per questa ragione, non penso ci sia da stupirsi, deve farlo!

In caso di dolore tale movimento dovrà solamente essere adattato e dosato proprio sulla tua condizione in quel preciso momento e la fisioterapia è un'ottimo alleato contro la nostra "cervicale"!

In effetti, non ci sono controindicazioni al movimento, all’esercizio e, in senso più generale, all’attività fisica.

 

 

Bibliografia

Steven P Cohen, W Michael Hooten. Advances in the diagnosis and management of neck pain. BMJ 2017;358:j3221 doi: 10.1136/bmj.j3221.

Vasseljen O, Woodhouse A, Bjørngaard JH, Leivseth L. Natural course of acute neck and low back pain in the general population: the HUNT study. Pain 2013;154:1237-44doi:10.1016/j.pain.2013.03.032.

Vos CJ, Verhagen AP, Passchier J, Koes BW. Clinical course and prognostic factors in acute neck pain: an inception cohort study in general practice. Pain Med 2008;9:572-80doi:10.1111/j.1526-4637.2008.00456.x.

Woodhouse A, Pape K, Romundstad PR, Vasseljen O. Health care contact following a new incident neck or low back pain episode in the general population; the HUNT study. BMC Health Serv Res 2016;16:81doi:10.1186/s12913-016-1326-5.

Radhakrishnan K, Litchy WJ, O’Fallon WM, Kurland LT. Epidemiology
of cervical radiculopathy. A population-based study from Rochester, Minnesota, 1976 through 1990. Brain 1994;117:325-35doi:10.1093/ brain/117.2.325.

Vos CJ, Verhagen AP, Passchier J, Koes BW. Clinical course and prognostic factors in acute neck pain: an inception cohort study in general practice. Pain Med 2008;9:572-80doi:10.1111/j.1526-4637.2008.00456.x.

Woodhouse A, Pape K, Romundstad PR, Vasseljen O. Health care contact following a new incident neck or low back pain episode in the general population; the HUNT study. BMC Health Serv Res 2016;16:81doi:10.1186/s12913-016-1326-5.

Radhakrishnan K, Litchy WJ, O’Fallon WM, Kurland LT. Epidemiology
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Gore DR, Sepic SB, Gardner GM, Murray MP. Neck pain: a long-term follow-up of 205 patients. Spine 1987;12:1-5doi:10.1097/00007632- 198701000-00001.

 

 

Valerio Barbari

Dottore in Fisioterapia, OMPT

Orthopaedic Manipulative Physical Therapist

Collaboratore alla didattica Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici

Università di Genova (Savona)

NEWS 2019: Collaborazione alla didattica del Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici dell’Università degli Studi di Genova – Campus di Savona

Da Gennaio 2019, è iniziata un’emozionante e stimolante collaborazione con il Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici dell’Università di Genova (Savona).

Dopo il conseguimento del Master nell’ottobre 2018, ho il piacere e l’onore di ricoprire il ruolo di Collaboratore alla Didattica per i disturbi che riguardano la colonna vertebrale e, nel dettaglio:

  • il distretto toracico;

  • il distretto lombare;

  • il bacino;

  • il dolore acuto;

  • il dolore persistente.

Insieme a un gruppo di lavoro formato da professionisti esperti in termini clinici e di ricerca, vengono approfonditi tutti gli aspetti legati alle problematiche della colonna vertebrale in un Master Universitario che indubbiamente costituisce uno dei gradi più elevati di competenza e formazione nell’ambito della fisioterapia muscoloscheletrica.

 

Link utili per approfondimento

Il Master: http://www.masteromt.unige.it

IFOMPT: http://www.ifompt.org

 

Valerio Barbari

Dottore in Fisioterapia, OMPT

Orthopaedic Manipulative Physical Therapist

Collaboratore alla didattica Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici

Università di Genova (Savona)

 

Mal di schiena acuto: cosa fare? Breve guida per i pazienti

Cosa fare in caso di mal di schiena acuto (insorto da meno di 3-4 settimane)? Ecco qualche breve ma utile informazione per i pazienti.

 

Le Linee Guida di buona pratica in fisioterapia raccomandano con forza:

  • limitare il riposo a letto quanto più possibile;
  • nel limite del possibile, mantenere un livello di attività (lavorativa o di vita quotidiana) più attivo possibile;
  • esercizio terapeutico a bassa intensità con graduale esposizione al carico (cioè all’intensità dell’esercizio e dei movimenti);
  • astenersi dalle terapie “passive” (terapie strumentali come laser, magnetoterapia, cerotti di ogni genere, corsetti/busti, ionoforesi, ultrasuoni e così via). NON accelerano il recupero! Né tantomeno “fanno guarire meglio”.

Perché?

Gli studi che si sono occupati della gestione del mal di schiena acuto hanno notato che, in effetti, consigliare ai pazienti il riposo a letto non era più efficace rispetto al rimanere attivi in termini di ritorno a lavoro, riduzione del dolore e ripresa delle complete attività.

In soldoni, preferire una gestione passiva ad una attiva potrebbe modificare il recupero di questa tipologia di pazienti, negativamente.

Nel 90% dei casi il mal di schiena acuto è un disturbo estremamente benigno ed il più delle volte ha un’evoluzione positiva se affrontato con la fisioterapia e una gestione attiva del problema.

 

Cosa può fare il fisioterapista per i pazienti che si presentano da lui con mal di schiena acuto?

 

Le linee di intervento di cui si avvale il fisioterapista specializzato nel mal di schiena acuto sono essenzialmente tre:

  • informazione ed educazione del paziente sulla gestione della problematica: cosa fare, come farlo, quando farlo e, soprattutto, cosa NON fare per far sì che la ripresa sia ottimale. Il paziente deve uscire dallo studio di fisioterapia con i mezzi per risolvere il problema;
  • terapia manuale: movimenti di alcuni distretti corporei del paziente eseguiti dal fisioterapista (movimenti ad esempio della schiena con paziente steso sul lettino), manipolazioni articolari, tecniche dirette ai tessuti molli (ad esempio dirette ai muscoli), o altro;
  • esercizio terapeutico “dosato” sulla persona: movimenti (magari inizialmente “in scarico” a terra o sul lettino) attivi eseguiti dal paziente sotto la guida e la supervisione del fisioterapista.

 

Bibliografia

Advice to rest in bed versus advice to stay active for acute low-back pain and sciatica. Kristin Thuve Dahm, Gro Jamtvedt, Kåre Birger Hagen, Kjetil G Brurberg.

The updated cochrane review of bed rest for low back pain and sciatica. Hagen KB, Jamtvedt G, Hilde G, Winnem MF.

Low back pain and sciatica in over 16s: assessment and management NICE guideline. Published date: November 2016.

 

Valerio Barbari

Dottore in Fisioterapia, OMPT

Orthopaedic Manipulative Physical Therapist

Collaboratore alla didattica Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici

Università di Genova (Savona)

Quello che sappiamo sul mal di schiena non rispecchia, neanche lontanamente, la realtà dei fatti

Quello che oggi sappiamo, o meglio pensiamo di sapere, sul mal di schiena non si avvicina neanche lontanamente alla realtà.

Ma partiamo da qualcosa di più pratico.

“Non sollevare quel peso, che ti viene fuori un’ernia!”

“Non stare seduto curvo così, che ti viene mal di schiena!”

“Non alzare quel cartone da terra così, usa le gambe!”

“Mi raccomando inarca bene la schiena ogni volta che fai esercizio..”

“Sarà il materasso..”

Seriamente, chi non se lo è mai sentito dire?

Ebbene, per capire le ragioni per cui questi consigli sul mal di schiena (se così li vogliamo chiamare) sono stati dati così assiduamente e orgogliosamente, praticamente da sempre, dobbiamo fare un passo indietro. Ma non di poco. Un passo indietro di circa 20 anni.

Alcuni signori, ricercatori, al tempo avevano condotto degli studi con l’obiettivo di capirci qualcosa di più. Studiando la colonna vertebrale durante alcuni movimenti (ad esempio piegarsi in avanti), nel mantenimento della posizione seduta o durante il sollevamento di alcuni pesi (con le gambe piegate o con la schiena “curva”) sono arrivati ad alcune conclusioni. Grazie a queste conclusioni relative alle strutture della nostra schiena, hanno avanzato delle considerazioni preliminari sul dolore, che tra l’altro non era stato studiato. Tanto per fare un esempio, da questi studi è nata la famosa raccomandazione di sollevare dei pesi da terra piegando le gambe e non inarcando la schiena (vedremo in seguito questo discorso).

Purtroppo per loro, e per fortuna per noi e per tutti voi pazienti, questi concetti sul mal di schiena sono stati abbandonati nel corso del tempo, in particolare negli ultimi 10 anni.

Le precedenti ricerche, infatti, non avevano indagato la relazione tra tutte le cose pittoresche che volevano studiare ed il dolore (!) dei pazienti. Ebbene, come è possibile trarre delle conclusioni del tipo “siccome abbiamo visto che quando ci muoviamo in questa direzione succede questo e quest’altro, allora questa direzione di movimento è pericolosa per la schiena?” Non ha alcun senso logico. Non bisogna essere né dei geni né dei ricercatori.

Oggi, ripeto per fortuna soprattutto per i pazienti, sappiamo che questi concetti non sono la realtà. La scienza, quella propriamente detta e non Dott. Internet, impone a noi clinici di valutare molto attentamente il paziente che abbiamo di fronte, analizzando fattori di tipo “fisico” (per esempio anche dei movimenti che vengono ripetuti spesso o posizioni prolungate, naturalmente), ma anche il livello di allenamento generale, la condizione di salute, le patologie mediche coesistenti, i fattori legati allo stress, all’ansia o alla paura, i fattori lavorativi o familiari, i fattori ambientali, e così via.

È ovvio, a questo punto, che non è possibile dare un senso, oggi, a tutti i luoghi comuni precedentemente accennati all’inizio dell’articolo.

[Lo scopo di questo articolo non è quello di approfondire le ragioni per cui abbiamo mal di schiena, ne parleremo, ora andiamo verso un argomento un po’ più attuale.]

Quando si parla di mal di schiena, a volte scappa un sorrisino di circostanza e di scetticismo, “ma cosa vuoi che sia un po’ di mal di schiena”.

Dunque, oggi il mal di schiena, o dolore lombare (“low back pain” in inglese), costituisce la quinta (!) ragione di consulto dal proprio medico e si stima che circa il 3% degli accessi alle strutture di emergenza sia dovuto a mal di schiena acuti (appena insorti). Considerando il numero spropositato delle persone che si recano quotidianamente in pronto soccorso, non parliamo proprio di robetta.

Ma andiamo avanti.

Sollevare pesi con la schiena curva è pericoloso?

La domanda, posta così, non ha ovviamente senso.

Sollevare dei pesi, o qualunque altra cosa, piegati in avanti ci fa venire mal di schiena più facilmente rispetto al non farlo da piegati in avanti?

Sollevare dei pesi, o qualunque altra cosa, piegati in avanti ci fa venire un ernia del disco più facilmente rispetto al non farlo da piegati in avanti?

Queste sono domande rispondibili.

E la risposta è: naturalmente no.

In effetti se così fosse, ragionando, dovremmo preoccuparci ogni volta che ci pieghiamo per raccogliere qualcosa o eseguiamo le normali attività di vita quotidiana, anche le più semplici (allacciarsi le scarpe, alzare una scatola da terra, prendere da terra i manubri che dobbiamo usare in palestra per gli esercizi, e così via all’infinito).

Abbiamo dolore tutte le volte che ci pieghiamo? No.

Questione difficile da digerire. Difficile da digerire perché siamo vittime di stereotipi, luoghi comuni (il mal di schiena ne ha da vendere!) che, non si sa bene per quale ragione, si sono fatti strada negli anni ancor meglio del bacino sulla bua della mamma. Effettivamente, non crediamo tanto a quello che è la realtà dei fatti, ma a quello che ci è più comodo credere o che ci risulta più semplice da capire. Ma nel contesto della salute questo non va molto bene.

Quindi questo mal di schiena? È anche nella maggior parte dei casi, vogliate passarmi il termine, un discorso di “allenamento” della nostra schiena. Noiosamente, noi la chiamiamo capacità di carico (gli sportivi, forse, ne avranno sentito parlare). Facciamo qualche esempio:

  • Pino il panettiere che sta ore ed ore piegato in avanti a impastare da 30 anni non si lamenta mica del suo mal di schiena. O meglio, se vogliamo, su di lui la regola dello “stare piegati in avanti” è pericoloso, non vale.
  • Peppino il pescivendolo che sta ore ed ore piegato in avanti a prendere il pesce da dare ai clienti da 30 anni stesso discorso.
  • Chi frequenta palestra da tempo, e che magari ha iniziato ad eseguire il Jefferson Curl (esercizio eseguito con dei pesi in mano dove gradualmente ci sia piega in avanti (!!!) e piano piano si torna su), non è molto convinto che stare piegati con la schiena (e per di più con dei pesi!) sia un problema. Hanno, in effetti, allenato gradualmente la propria schiena anche in quella direzione e che ora possono farlo senza problemi.
  • Il sottoscritto che si reca in palestra (e magari non ci va da parecchio tempo) che esegue esercizi che vanno oltre quello che la propria schiena può sopportare non dovrebbe stupirsi del fatto che, anche se 9 volte su 10 non succede nulla, possa venirgli un pizzico di mal di schiena.

Lo stesso discorso vale anche, molto spesso, anche per tutti gli altri movimenti, che siano della schiena, delle braccia o delle gambe.

In ultimo, ma sicuramente non per importanza, a volte non è davvero possibile prevedere l’insorgenza del mal di schiena. È un disturbo estremamente frequente e comune.

Il vero obiettivo è quello di risolverlo velocemente ed evitare che ritorni!

E la postura? Stare seduti? “Sono storto?”

La più grande favola raccontata ai pazienti da una vita. Semplice da comprendere, ma con zero prove a suo favore.

“Stare seduti fa male”: tutti quelli che stanno seduti dovrebbero avere mal di schiena. Non è così.

“Sono storto”: ognuno (!) di noi ha delle imperfezioni (anche anatomiche e reali) che non rispecchiano il David di Michelangelo, eppure non tutti hanno mal di schiena. Infatti, la scienza ci riporta che non c’è nessuna relazione tra una “anomalia” (termine comunque improprio) e il mal di schiena.

La nostra schiena beneficia dal movimento. Questa è l’unica regola e tale movimento deve essere dosato sul paziente che noi professionisti abbiamo di fronte.

Alcuni dei più grandi studiosi di dolore lombare, infatti, affermano con certezza che la nostra schiena soffra l’assenza di movimento, di esercizio, di attività fisica, le posizioni sedute/in piedi/sul fianco/appesi a testa in giù, come volete, ma prolungate.

Dicono: “la miglior postura è la prossima postura, quindi muoviti”. E hanno ragione.

Lasciamo il capitolo con delle domande provocatorie, come sempre, per ragionare. Se la favola della “postura sbagliata” fosse vera, come è possibile che:

  • alcune nostre care nonnine, con la classica “gobba” a livello toracico (a volte molto evidente!), non hanno dolore alla schiena?
  • i pazienti affetti da scoliosi (l’emblema, se vogliamo, dell’alterazione anatomica e strutturale della schiena) non hanno dolore? Eppure le curve della scoliosi nella maggior parte dei casi si vedono eccome!
  • gli sportivi che magari utilizzano prevalentemente un braccio piuttosto che l’altro, come nel tennis per esempio, non hanno tutti mal di schiena? Non è forse vero che è molto probabile trovarsi di fronte a “un lato più grosso e muscoloso” rispetto a uno “meno sviluppato”? Beh una differenza c’è e si vede, ma il mal di schiena non è mica una regola.

E le indagini strumentali?

Ciò che leggo nel referto della mia risonanza magnetica è la causa del mio mal di schiena?

Per quanto possa infastidire la risposta, e cioè “probabilmente si e probabilmente no”, in effetti, così è.

Tutto ciò che emerge alle indagini strumentali (ernia discale, artrosi, discopatia, degenerazione discale, rettilineizzazione delle curve, lieve scoliosi, protrusione discale, estrusione e tanto altro) è estremamente frequente anche nella popolazione asintomatica (senza dolore!).

La risonanza magnetica è molto brava a trovare tutte le cose che non “rispecchiano” la schiena perfetta (che non esiste), ma, molto frequentemente, non ci da nessuna informazione sulla natura dei sintomi che il paziente percepisce e rischia, a volte, di essere solo un costosissimo selfie della nostra schiena.

Non è una regola. Ovviamente, le situazioni in cui la risonanza magnetica (o altro) aiuta anche noi clinici nella gestione di un paziente ci sono (es. ci da informazioni su qualcosa che è davvero coinvolto nella percezione del dolore del paziente). Ma questo non può essere definito a priori!

È questa la ragione per cui affidarsi a un professionista sanitario specializzato in questo ambito è, senza dubbio, la scelta migliore.

Solo un approfondito colloquio, durante il quale il paziente espone tutti i propri sintomi e ciò che comportano, e una valutazione oggettiva (la classica “visita”) possono indirizzarci verso la migliore gestione (e capire, per fare un esempio, se le indagini strumentali ci danno qualche informazione in più rispetto alla gestione del problema).

C’è, ovviamente, una buona notizia!

Il mal di schiena può essere gestito molto bene sia in fase acuta (dal momento di insorgenza fino a poche settimane dopo) sia in fase avanzata (dolore che persiste da un po’) dove, però, bisognerà stringere un po’ di più i denti e non sarà sicuramente così facile come in mal di schiena insorto molto recentemente. La scienza, quella vera, ci fornisce delle chiare risposte agli interrogativi sulla gestione dei pazienti con mal di schiena.

Cari lettori, amici e pazienti, abbiate a cuore la vostra salute e rivolgetevi a chi, davvero, fa tesoro dello studio, della ricerca, della formazione, della pratica clinica e della sicurezza nell’ambito della fisioterapia.

Non infastidirebbe anche voi se il vostro medico dopo avervi auscultato i polmoni vi dicesse che in realtà non è un medico laureato?

Non infastidirebbe anche voi se l’infermiere che si prende cura di voi in realtà non fosse un infermiere laureato?

Non infastidirebbe anche voi se il chirurgo che deve eseguire un intervento estremamente delicato su di voi non fosse un professionista laureato?

La risposta è, ovviamente, scontata.

Ma chiediamoci il perché.

Conclusioni

Il mal di schiena è un disturbo estremamente comune nella popolazione generale e costituisce, oltretutto, una delle più comuni ragioni di richiesta di assistenza sanitaria (medico di medicina generale, medico specialista, fisioterapista), di assenteismo da lavoro e di assunzione di farmaci.

Il mal di schiena, purtroppo, è oggetto di luoghi comuni e leggende da sempre.

Per quanto possa non piacere questo concetto, in effetti, non esiste una regola a priori sulle “cause” e sulle terapie del mal di schiena.

Ciò che emerge alle indagini strumentali (risonanza magnetica, RX, TAC, ecografia) non può essere correlato al dolore che percepiamo a priori. Rivolgersi a un professionista specializzato nella gestione del mal di schiena (es. fisioterapista con specializzazione nei disordini muscoloscheletrici) è la miglior scelta, come raccomandato dalla letteratura scientifica.

La scelta migliore che il paziente che soffre di mal di schiena può fare è, indubbiamente, quella di rivolgersi a un fisioterapista specializzato in questo disturbo che possiede tutti i mezzi per aiutare il paziente a gestire e risolvere il problema.

Valerio Barbari

Dottore in Fisioterapia, OMPT

Orthopaedic Manipulative Physical Therapist

Collaboratore alla didattica Master in Riabilitazione dei Disordini Muscoloscheletrici

Università di Genova (Savona)

Bibliografia

Global, regional, and national incidence, prevalence, and years lived with disability for 354 diseases and injuries for 195 countries and territories, 1990–2017: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2017. GBD 2017. Disease and Injury Incidence and Prevalence Collaborators.

Healthcare (Basel). 2015. The Continuing and Growing Epidemic of Chronic Low Back Pain. Robert J. Gatchel. doi: 10.3390/healthcare3030838

Br J Sports Med. 2012. It’s time for change with the management of non-specific chronic low back pain. O’Sullivan P.

Low back pain: a call for action. Prof Rachelle Buchbinder, Prof Maurits van Tulder, Prof Birgitta Öberg, Lucíola Menezes Costa, Prof Anthony Woolf, Mark Schoene, BS et al.

Low back pain: Applying contemporary pain neuroscience in clinical practice. J. Nijs, L. Voogt, A. Louw.

Clin Exp Rheumatol. 2017. In the spine or in the brain? Recent advances in pain neuroscience applied in the intervention for low back pain. Nijs J, Clark J. et al.